"Siamo così occupati a misurare l'opinione pubblica che ci dimentichiamo che possiamo forgiarla”. Bill Bernbach
Standard. È questa parola la chiave dell’esistenza?
Nel nostro lager rarefatto la convivenza civile è uno standard. Una misura convenzionale e variabile sottoposta alle leggi della vita, prima che alle leggi dello Stato.
Qual è il nostro standard di violenza? Soprattutto, dove ci porta?
Cammino ogni giorno in mezzo a centinaia di migliaia di persone, inconsapevoli della storia passata, incoscienti del proprio presente. Cammino tra queste persone e misuro il nostro standard di violenza. Negli autobus sempre troppo pieni, nelle code chilometriche di auto. La misuro nelle piccole indifferenze o infrazioni quotidiane.
Misuro il nostro standard di violenza nelle lunghe e minuscole note a margine delle offerte bancarie e telefoniche. Mi viene da vomitare quando le leggo, poi mi ricordo che molte le ho scritte io: è il mio lavoro. Passo metà della mia vita a convincere le persone a comprare, l’altra metà a non farlo. Sono bravo in entrambe le cose, ma sto in pace con me stesso solo quando porto a termine la seconda parte del mio lavoro.
La verità è che starei meglio se potessi passare la vita a convincere le persone a ricordare.
Ma questo, ora, è appalto e appannaggio dei politici: un lavoro sporco in cui ogni fazione decide cosa vale la pena di ricordare e soprattutto come.
Ogni mattina prendo il treno per andare a lavoro. Parto dalla stazione Tuscolana e scendo a Trastevere. Non un viaggio di tre giorni in piedi verso confini ignoti, ma quindici minuti ogni giorno. Il treno è così puntuale nel suo ritardo di otto minuti che si va tutti alla stazione qualche minuto dopo. È pieno, stracolmo e fa sempre una pausa tra la stazione Tuscolana e Ostiense, così, quando arriviamo a Trastevere, i minuti di ritardo sono già undici. Scendiamo al binario 5 e ci affolliamo come bestie verso le scale. Ci sarebbe un altro passaggio, ma è chiuso (chissà perché) da non so quanto. Pazientiamo e scendiamo con la lentezza di una star sulla scalinata di San Remo. Ma noi siamo tanti, anonimi, sospettosi. Quando usciamo dalle scale ad attenderci ci sono un gruppo di barboni e punkabbestia coi loro cani. Sono lì, pronti come forche caudine a fermarti e chiederti un po’ di soldi. Dopo di loro ci sono altre due forche caudine: due affissioni politiche lustre, agguerrite che si guardano in cagnesco. Loro mi chiedono molto di più di qualche spiccio, ma io gli passo davanti con più indifferenza di quella dedicata ai punkabbestia. Non ho più voglia di ascoltare forse perché oltre ad avere l’arroganza di occuparsi della nostra memoria e di dirci come e cosa ricordare, vogliono anche dettare il nostro futuro standard di civiltà e di violenza. – 1731975@gmail.com
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