Il 25 aprile è finito.
Il sabato si appropria del suo spazio e per me è il momento di riposare le mani sulla tastiera.
Il giorno che se ne è appena andato è il solito scalino rotto per chi passeggia sul percorso ripido della nostra storia. Ci cadono sempre tutti sopra: fascisti, comunisti e cattolici.
Il paese si divide tra chi vorrebbe cancellare questa festa e chi vorrebbe dargli nuova luce, visto che la politica la fa morire un po’ di più ogni volta che la nomina.
Eppure Totò ci aveva riassunto la situazione piuttosto chiaramente quando faceva il capostazione a Piovarolo. Era il 1922 e nel paesino si riunivano attorno al capezzale dell’ultimo dei Mille che fecero l’Italia i politici del tempo, chiedendogli se Garibaldi nel dire “qui si fa l’Italia o si muore” non ci avesse per caso messo accanto la parolina “socialista” o “popolare”. Fatto sta che mentre tutti discutevano, il “partito del fare” andava a Roma a metter su l’Italia fascista.
Si direbbe che quel ventennio di repressione sia stato quantomeno salutare per il nostro popolino. Dopo è nata la democrazia, a detta di molti con un referendum truccato (si facevano già le prove generali per fottere Berlusconi), e ci siamo regalati la costituzione più avanzata del mondo: tanto avanzata che non la capiamo nemmeno noi che l’abbiamo scritta.
Da allora, venticinqueaprile dopo venticinqueaprile, non facciamo che accusarci l’un l’altro, pretendendo di dare alla liberazione il colore che consideriamo più trendy, dal rosso al nero; dall’esaltazione all’oscuramento.
Di scalini rotti ce ne sono tanti sul percorso ripido della nostra storia. Il 25 aprile, come detto, è uno di quelli e ci cadono sempre tutti sopra: fascisti, comunisti e cattolici. Ma tutti si rialzano e il giorno successivo tornano a rincorrersi e a mordersi il culo come cani rabbiosi.
Gli unici che non si sono rialzati cadendo su quello scalino sono gli italiani veri, quelli che un 25 aprile sono morti per fare un’Italia né fascista, né comunista, né cattolica. Semplicemente un’Italia libera. – 1731975@gmail.com
Il sabato si appropria del suo spazio e per me è il momento di riposare le mani sulla tastiera.
Il giorno che se ne è appena andato è il solito scalino rotto per chi passeggia sul percorso ripido della nostra storia. Ci cadono sempre tutti sopra: fascisti, comunisti e cattolici.
Il paese si divide tra chi vorrebbe cancellare questa festa e chi vorrebbe dargli nuova luce, visto che la politica la fa morire un po’ di più ogni volta che la nomina.
Eppure Totò ci aveva riassunto la situazione piuttosto chiaramente quando faceva il capostazione a Piovarolo. Era il 1922 e nel paesino si riunivano attorno al capezzale dell’ultimo dei Mille che fecero l’Italia i politici del tempo, chiedendogli se Garibaldi nel dire “qui si fa l’Italia o si muore” non ci avesse per caso messo accanto la parolina “socialista” o “popolare”. Fatto sta che mentre tutti discutevano, il “partito del fare” andava a Roma a metter su l’Italia fascista.
Si direbbe che quel ventennio di repressione sia stato quantomeno salutare per il nostro popolino. Dopo è nata la democrazia, a detta di molti con un referendum truccato (si facevano già le prove generali per fottere Berlusconi), e ci siamo regalati la costituzione più avanzata del mondo: tanto avanzata che non la capiamo nemmeno noi che l’abbiamo scritta.
Da allora, venticinqueaprile dopo venticinqueaprile, non facciamo che accusarci l’un l’altro, pretendendo di dare alla liberazione il colore che consideriamo più trendy, dal rosso al nero; dall’esaltazione all’oscuramento.
Di scalini rotti ce ne sono tanti sul percorso ripido della nostra storia. Il 25 aprile, come detto, è uno di quelli e ci cadono sempre tutti sopra: fascisti, comunisti e cattolici. Ma tutti si rialzano e il giorno successivo tornano a rincorrersi e a mordersi il culo come cani rabbiosi.
Gli unici che non si sono rialzati cadendo su quello scalino sono gli italiani veri, quelli che un 25 aprile sono morti per fare un’Italia né fascista, né comunista, né cattolica. Semplicemente un’Italia libera. – 1731975@gmail.com
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